Erano, parafrasando Guccini, gli anni in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti, quando gli equilibri geopolitici mondiali e la logica dei blocchi contrapposti influenzavano così tanto la nostra politica interna che, ancora oggi, molti aspetti delle stragi di Stato e della strategia della tensione ci rimangono sconosciuti per via dell'implicazione di forze tali da calare una cortina di silenzio in grado di annullare anche il fragore delle bombe.
Ieri, quando ci siamo svegliati con le immagini di Luigi Preiti che sparava davanti a Palazzo Chigi, forse abbiamo iniziato a capire cosa significasse vivere in quegli anni, con la paura di recarsi in banca o di prendere il treno. Di certo il clima di oggi è diverso: il crollo del muro e la fine del regime sovietico, che per molti rappresentavano la vittoria del modello di sviluppo capitalista e anticipavano un'era di progresso liberista, per noi italiani non erano altro che il preludio allo scandalo di Tangentopoli e alla fine della cosiddetta Prima Repubblica.Per una repubblica giovane come la nostra, di soli 67 anni, 40 Presidenti del Consiglio sono davvero troppi, considerando che di norma si tratterebbe di una carica quinquennale: la crisi che viviamo oggi, però, non è solo politica. E' una crisi istituzionale, una crisi sociale, anche una crisi culturale. Non è solo la crisi di un sistema statale che non ottiene più fiducia, è la crisi di un ceto medio che si sta, neanche troppo lentamente, assottigliando fino a sparire.
Fortunatamente ancora non siamo ai livelli critici, a quei livelli in cui le persone comuni scenderanno nelle piazze e bloccheranno intere città - non ci siamo ancora arrivati, basta guardarsi un po' intorno e vedere quante persone girino coi vestiti firmati e con l'iPhone e quante famiglie possiedano più di due automobili. La strada, in ogni caso, l'abbiamo imboccata e la stiamo percorrendo a gran velocità, finchè non ci ritroveremo a sbattere contro un muro e a realizzare che sono più quelli che stanno male, rispetto a quelli che stanno bene.
Ci vorrà del tempo. Intanto, però, c'è chi il disagio lo sente e lo manifesta: non nella maniera più efficace, magari, ma lo manifesta.
