In questi giorni stiamo sentendo sempre più spesso parlare della riforma imposta dalle legge 953 ex Aprea, ma molti di noi non sanno veramente di cosa si tratti.
Questa legge (ex Aprea) ha già ricevuto lo scorso 10 ottobre, sotto un assoluto silenzio l’approvazione della maggioranza della settima commissione Cultura della Camera.
Quali cambiamenti reali comporta questa legge?
Ecco un elenco di alcuni dei punti fondamentali di questa riforma:
- La legge n.953 afferma che la scuola si adegua alle diverse realtà sociali ed economiche e quindi stabilisce delle disuguaglianze economiche e sociali nel Paese. Ci saranno perciò scuole con molte disponibilità e scuole marginali;
- Limita il ruolo degli insegnanti e rafforza il ruolo manageriale del Dirigente Scolastico;
- Prevede una scuola facilmente condizionabile da poteri esterni con contributi che possono essere anche finalizzati o addirittura con la presenza di esterni;
- Ribadisce il ruolo principale, superiore e verticistico del Ministro e degli strumenti di intervento
(INVALSI) con una limitazione della libertà di insegnamento (decisione del programma da eseguire
ecc.);
- Smantella il sistema scolastico statale e prevede un sistema di scuole comprensive e private;
- Delega al Ministro la normativa di attuazione, accentuando il carattere ministeriale della scuola;
- Delega alle Regioni la competenza ad educare la forma di partecipazione a livello territoriale
senza definire alcun principio;
- Configura una scuola che si avvale delle disuguaglianze.
venerdì 16 novembre 2012
martedì 13 novembre 2012
De Chirico occupato
Grande esempio di
organizzazione e civiltà nella reazione del liceo romano al DDL 953
Sabato
10 novembre, mentre molti miei colleghi, ciceroniani e non, stavano facendo
sentire la propria voce tra Piazza dell’Esquilino e Piazza Santi Apostoli,
stavo raccogliendo testimonianze di come le scuole di Roma si fossero
organizzate per reagire a questo scempio che il nostro governo vuole attuare
contro il nostro futuro, contro il nostro presente e anche contro il nostro
passato: infatti, non tutti sanno che un effetto collaterale del DDL 953 ex
Aprea - parole che tutti gli studenti d’Italia hanno per fortuna imparato come
la prima declinazione (non dico come l’Ave Maria perché credo ancora in una
scuola pubblica e laica) - sarà quella di limitare il potere del corpo
studentesco nelle decisioni scolastiche, arrivando ad eliminare una legge
nazionale sul diritto all’assemblea, diritto che studenti poco più anziani dei
nostri genitori hanno conquistato lottando pacificamente contro l’idea di una scuola
totalitaria che ora ci si vuole riproporre.
Sfruttando una mia amicizia con un
ragazzo del Liceo artistico Argan (ex De Chirico) di Cinecittà, a Roma, sono
riuscito ad entrare nella scuola occupata, così come il vicinissimo Istituto di
ragioneria Verrazzano. Ai miei occhi si è presentato un manipolo di studenti
pienamente organizzato e convinto a difendere i propri diritti. L’occupazione,
che è stata votata a maggioranza in assemblea, è iniziata giovedì 8 novembre
nella primissima mattina; un candidato alla rappresentanza d’istituto è
riuscito facilmente ad ottenere il tacito assenso di preside e professori e la
promessa di nessun intervento di sgombero dal capo della polizia di quartiere,
questo anche perché la scuola sta attuando la terza occupazione in cinque anni
e non sono mai stati arrecati danni all’edificio, anzi.venerdì 9 novembre 2012
La storia di uno specchio: io.
Una frazione di secondo. Un istante. Un palpito. La mia consapevolezza di esistere si manifestava nel momento in cui il suo sguardo si posava sulla mia immagine.
Nessun altro era in grado di farmi sentire così. Quando i suoi occhi s'incontravano con i miei, sentivo la vita esplodermi nel petto. Uno sguardo che attraversava il mio, lo perforava con una forza tanto profonda da restituirmi quell'identità che così raramente riuscivo a percepire.
Conosceva a memoria ogni dettaglio del mio corpo; sapeva sorridermi con una dolcezza tale da lasciarmi ammutolita e sussurrarmi, talvolta, con voce quasi impercettibile le cose che aveva nel cuore. Sapevo di essere ciò che vedevo e ne avevo la conferma nel momento preciso in cui lei mi guardava. Ero preda di un entusiasmo quasi puerile quando i nostri sguardi s'incrociavano.
Eppure, pian piano, l’ho vista morire davanti ai miei occhi e sono morta con lei. L’ho accompagnata ogni giorno, ogni ora nel suo lento declino, nella follia più cieca e crudele che l’ha divorata. Mi ha uccisa uccidendosi. Ha riversato su di me un odio di cui non la credevo capace, accusandomi di essere responsabile del suo dolore, di farla soffrire.
Io sono nata dal buio di una stanza e la luce di un neon mi ha permesso di prendere forma. Sulle sue labbra si è posato il mio primo sguardo. Rosse, sorridenti. Credo di aver iniziato ad amarla in quell’esatto momento, guardandola passare il rossetto sulle sue labbra perfette, la spazzola fra i
capelli. “Più mascara!” disse un giorno, fissandomi dritta negli occhi e, improvvisamente, seppi di esistere. Ma la mia vita si accende e si spegne come il neon della stanza dove io aspetto che torni. E sono ormai giorni, mesi forse che attendo e penso diessere morta. Ma non saprei definire la morte se non come l’assenza di lei, un non essere.
Nessun altro era in grado di farmi sentire così. Quando i suoi occhi s'incontravano con i miei, sentivo la vita esplodermi nel petto. Uno sguardo che attraversava il mio, lo perforava con una forza tanto profonda da restituirmi quell'identità che così raramente riuscivo a percepire.
Conosceva a memoria ogni dettaglio del mio corpo; sapeva sorridermi con una dolcezza tale da lasciarmi ammutolita e sussurrarmi, talvolta, con voce quasi impercettibile le cose che aveva nel cuore. Sapevo di essere ciò che vedevo e ne avevo la conferma nel momento preciso in cui lei mi guardava. Ero preda di un entusiasmo quasi puerile quando i nostri sguardi s'incrociavano.
Eppure, pian piano, l’ho vista morire davanti ai miei occhi e sono morta con lei. L’ho accompagnata ogni giorno, ogni ora nel suo lento declino, nella follia più cieca e crudele che l’ha divorata. Mi ha uccisa uccidendosi. Ha riversato su di me un odio di cui non la credevo capace, accusandomi di essere responsabile del suo dolore, di farla soffrire.
Io sono nata dal buio di una stanza e la luce di un neon mi ha permesso di prendere forma. Sulle sue labbra si è posato il mio primo sguardo. Rosse, sorridenti. Credo di aver iniziato ad amarla in quell’esatto momento, guardandola passare il rossetto sulle sue labbra perfette, la spazzola fra i
capelli. “Più mascara!” disse un giorno, fissandomi dritta negli occhi e, improvvisamente, seppi di esistere. Ma la mia vita si accende e si spegne come il neon della stanza dove io aspetto che torni. E sono ormai giorni, mesi forse che attendo e penso diessere morta. Ma non saprei definire la morte se non come l’assenza di lei, un non essere.
domenica 28 ottobre 2012
Cooper! Perché?
Quanti di noi, a
inizio anno, si sono ritrovati a inveire contro il signor K.H. Cooper e a
chiedersi: perché a me?
Abbiamo pensato che non c’è modo migliore di rispondere ad alcune domande se non rivolgendole direttamente a quel signore che ci fa tanto odiare le ore di educazione fisica.
Kenneth H. Cooper nasce a Oklahoma negli Stati Uniti d’America nel 1931.
Durante la sua carriera militare, nel 1968, idea il test di Cooper come un modo rapido di valutare la condizione fisica di un elevato numero di persone.
Abbiamo pensato che non c’è modo migliore di rispondere ad alcune domande se non rivolgendole direttamente a quel signore che ci fa tanto odiare le ore di educazione fisica.
Kenneth H. Cooper nasce a Oklahoma negli Stati Uniti d’America nel 1931.
Durante la sua carriera militare, nel 1968, idea il test di Cooper come un modo rapido di valutare la condizione fisica di un elevato numero di persone.
G.V.: Salve
signor Cooper, siamo due studentesse del Liceo Classico Marco Tullio Cicerone e
vorremmo farle qualche domanda, in quanto il nostro programma di educazione
fisica prevede il suo test. Inizi pure dicendo in cosa consiste.
C.: Salve anche a
voi. Premetto dicendo che nel lontano 1968 ho pensato a questo test come solo
una prova per i militari, e non avrei mai pensato che sarebbe toccato anche a
voi studenti. Nella sua forma originale, il test prevede che si corra per 12
minuti cercando di coprire la massima distanza possibile, preferibilmente in
piano. Per svolgere il mio test c’è bisogno di un assistente con il compito di
annotare i vari giri di pista e la distanza percorsa in metri durante la prova.
G.V.: A cosa serve fare questo test, e quali obiettivi dobbiamo raggiungere?
C.: I
risultati del test danno una stima generica delle condizioni fisiche di una
persona. Il risultato si basa sulla distanza percorsa dal soggetto, indicandone
la resistenza. In generale, questo test è molto facile da svolgere e abbastanza
economico, specialmente se fatto in grandi gruppi.
G.V.: Riguardo al
fatto che sia economico, non abbiamo dubbi, ma… facile?
lunedì 22 ottobre 2012
Manzoni - Museo della liberazione, uscita lato destro.
Ripercorrendo la memoria di via Tasso e della Resistenza.
Manzoni, museo della Liberazione, uscita lato… destro. È un metallico speaker della metropolitana che passa quasi inosservato al nostro cervello che lo bypassa senza nemmeno starci a pensare, reso come un sistema isolato da un paio di cuffiette ermetiche o da una consueta fretta. Vale la pena di scostare l’auricolare, almeno uno solo. Il museo della Liberazione è situato in via Tasso, quella che oggi è una delle tante vie di Roma, nemmeno tanto chic, nemmeno tanto piena di turisti e pizzerie. È un via un po’ sui generis silenziosa, tranquilla, poco trafficata; si ha quasi la sensazione di passare in un cono d’ombra e silenzio stretto tra due fila di piccole palazzine tipicamente romane, vagamente pallide, vecchie, derelitte seppur curate per renderle abitabili anche nel XXI secolo.
Il cono d’ombra è il velo nero della storia e il silenzio è il rispetto non tanto per chi è morto, quanto per chi ha combattuto e sofferto ingiustamente. Ai tempi del nazi-fascismo via Tasso era una sorta di entrata all’Inferno, con tanto di Caronti biondi fieri delle loro croci uncinate che trascinavano anime riluttanti nelle fauci dell’Averno per scontare la tortura che più si confaceva ai loro orrendi crimini. Crimine, entità facile da percepire quanto arbitraria in tempo di guerra.
Via Tasso, la via che all’epoca non era nemmeno pronunciata per quanto orribile fosse il suo spettro, era un carcere, un palazzo di tortura, un fortino tedesco senza regole, senza pietà che aveva il solo scopo di tenere a freno la turbolenta popolazione della città che era stata abbandonata da tutti, dal re, da Mussolini imprigionato, dai membri del governo ed era “aperta”, cioè in uno stato di resa incondizionata che avrebbe dovuto garantirle se non altro la pietà che si ha per i corpi agonizzanti, ma che in realtà si è trasformato nell’anarchica condizione ideale per la vendetta di Hitler e per gli sfoghi dei suoi soldati, furiosi con i traditori italiani, duri, superiori.
Manzoni, museo della Liberazione, uscita lato… destro. È un metallico speaker della metropolitana che passa quasi inosservato al nostro cervello che lo bypassa senza nemmeno starci a pensare, reso come un sistema isolato da un paio di cuffiette ermetiche o da una consueta fretta. Vale la pena di scostare l’auricolare, almeno uno solo. Il museo della Liberazione è situato in via Tasso, quella che oggi è una delle tante vie di Roma, nemmeno tanto chic, nemmeno tanto piena di turisti e pizzerie. È un via un po’ sui generis silenziosa, tranquilla, poco trafficata; si ha quasi la sensazione di passare in un cono d’ombra e silenzio stretto tra due fila di piccole palazzine tipicamente romane, vagamente pallide, vecchie, derelitte seppur curate per renderle abitabili anche nel XXI secolo.
Il cono d’ombra è il velo nero della storia e il silenzio è il rispetto non tanto per chi è morto, quanto per chi ha combattuto e sofferto ingiustamente. Ai tempi del nazi-fascismo via Tasso era una sorta di entrata all’Inferno, con tanto di Caronti biondi fieri delle loro croci uncinate che trascinavano anime riluttanti nelle fauci dell’Averno per scontare la tortura che più si confaceva ai loro orrendi crimini. Crimine, entità facile da percepire quanto arbitraria in tempo di guerra.
Via Tasso, la via che all’epoca non era nemmeno pronunciata per quanto orribile fosse il suo spettro, era un carcere, un palazzo di tortura, un fortino tedesco senza regole, senza pietà che aveva il solo scopo di tenere a freno la turbolenta popolazione della città che era stata abbandonata da tutti, dal re, da Mussolini imprigionato, dai membri del governo ed era “aperta”, cioè in uno stato di resa incondizionata che avrebbe dovuto garantirle se non altro la pietà che si ha per i corpi agonizzanti, ma che in realtà si è trasformato nell’anarchica condizione ideale per la vendetta di Hitler e per gli sfoghi dei suoi soldati, furiosi con i traditori italiani, duri, superiori.
domenica 21 ottobre 2012
Attendere prego. Elezioni in corso!
Il nuovo anno scolastico è iniziato e la prima decisione importante da
affrontare, ovviamente dopo la scelta del diario, riguarda l’elezione dei
rappresentanti d’istituto. Quante volte ci si è ritrovati a preferire un
candidato ad un altro solo per la musicalità del cognome? Per porre rimedio a
questa scomoda e controproducente situazione, abbiamo pensato di mettere a
disposizione di voi (e)lettori/trici un accuratissimo inventario su tutto ciò
che non vi hanno detto e che dovreste sapere su chi vi rappresenterà per il
resto dell’anno scolastico. I candidati, volenti o nolenti, sono stati
costretti a soddisfare ogni nostra più bizzarra richiesta.
LISTA I: STUDENTI AL PRIMO POSTO
ANDREA CRISTIANO
LISTA I: STUDENTI AL PRIMO POSTO
ANDREA CRISTIANO
Alla domanda:
“La foto è molto convincente,
possiamo chiamarti Zio Crasto?”
possiamo chiamarti Zio Crasto?”
Andrea molto disponibile, risponde subito con
un “No.” Ma noi, ignorando completamente
la risposta, proseguiamo:
un “No.” Ma noi, ignorando completamente
la risposta, proseguiamo:
“Allora zio, raccontaci il motivo per cui ti
sei candidato.”
“La scelta deriva dall’anno scorso, ho già
fatto questo tipo di esperienza e l'ho
trovata importante e soprattutto formativa, dato
che nell'anno passato con gli altri ragazzi siamo
riusciti ad ottenere buoni risultati, l’intento
è di ripeterli”.
fatto questo tipo di esperienza e l'ho
trovata importante e soprattutto formativa, dato
che nell'anno passato con gli altri ragazzi siamo
riusciti ad ottenere buoni risultati, l’intento
è di ripeterli”.
“Credi che sarà difficile vincere le
elezioni nonostante la foto che,
ripetiamo, è molto convincente?”
elezioni nonostante la foto che,
ripetiamo, è molto convincente?”
“Sicuramente la foto avrà il suo grande merito.
Quest’anno abbiamo due liste, rispetto all’anno scorso
in cui ne avevamo una sola, quindi ovviamente le cose saranno molto diverse. Io e gli altri candidati della
mia lista speriamo di conquistare due seggi su tre e comunque anche chi non è stato eletto
continuerà a contribuire e partecipare all’organizzazione.”
Quest’anno abbiamo due liste, rispetto all’anno scorso
in cui ne avevamo una sola, quindi ovviamente le cose saranno molto diverse. Io e gli altri candidati della
mia lista speriamo di conquistare due seggi su tre e comunque anche chi non è stato eletto
continuerà a contribuire e partecipare all’organizzazione.”
“Se non tu, chi speri venga eletto come rappresentante d’istituto?”
“Nessuno! No, a parte gli scherzi vedo molto bene Gaia, Ludovico e
Alessandro.”
“Facci sentire il tuo slogan.”
“Vota giusto. Vota adesso. Vota Crasto.”
“Ora cantaci una canzone!”
“Canto Orion dei Metallica: …”
“Hai un talento nascosto?”
“A sei anni ho completato pokèmon blu in
spagnolo.”
“Facci un saluto!”
“Ciao. Ciao. Ciao.”
venerdì 8 giugno 2012
Cronaca de 'na giornata storica
Me so’ svejato alle 9,15. Precise.
Pare ‘na giornata come le artre: mi’ madre che esce da casa quanno dormimo tutti; un fratello che se sveja, un po’ così, e se ne va’ a scola. Ar Tuscé.
Io che bestemmio contro ‘a sveja e de otto minuti in otto minuti me arzo dar letto un’ora dopo.
Ma questa nun è ‘na giornata come le artre. E nun lo po’ sape’ quer fratello che se la dorme tranquillo; e nun lo po’ immaggina’ quell’artro che come ogni mattina è salito ‘n macchina direzione Bruno “qua’a scola demmerda” Touschek.
Me svejo, me arzo, me do ‘na sciacquata così, tanto pe’ nun sentimme ‘no schifo. Esco.
Imbocco la via do’o stadio e sento du’ stronzi che esurtano pe’ un gol, subito surclassati da un grido: un grido che ariva dritto ar còre.
Sargo, chiedo ‘nformazioni. 1 a 1.
Daje. “Ma tanto mo ce se ‘nculano”, dice quarcuno. “Tanto mo ce ne fanno n’artro”, dico io.
Ma nun ce credo.
E infatti manco er tempo de sbracasse ar sole che l’ultimo arivato de’ la famija Botti, er Botticelli, ce pennella ‘na palla d’oro ‘n mezzo all’area.
La butta là. Co quer fare strafottente che contraddistingue ‘sti giovani d’oggi. “La butto là”, dice, “poi fate vobis”.
Er caso vòle che quer motorino co’ ‘e gambe de Taraborelli
(mentre svernicia un ignaro aspirante scienziato che se credeva de
venisse a fa’ ‘na gita fòri porta), come la Venere che ciccia fòri da
‘na conchiglia ‘nmezzo ar mare, lui ciccia fòri dar secondo palo e
‘nsacca ‘na palla che nei cuori de chi ‘nquer momento stava a pijasse er
cardo su’i spalti vordì tante cose; ma in finale vordì ‘na cosa sola:
“Aò, oggi je famo ‘rculo”.
Pare ‘na giornata come le artre: mi’ madre che esce da casa quanno dormimo tutti; un fratello che se sveja, un po’ così, e se ne va’ a scola. Ar Tuscé.
Io che bestemmio contro ‘a sveja e de otto minuti in otto minuti me arzo dar letto un’ora dopo.
Ma questa nun è ‘na giornata come le artre. E nun lo po’ sape’ quer fratello che se la dorme tranquillo; e nun lo po’ immaggina’ quell’artro che come ogni mattina è salito ‘n macchina direzione Bruno “qua’a scola demmerda” Touschek.
Me svejo, me arzo, me do ‘na sciacquata così, tanto pe’ nun sentimme ‘no schifo. Esco.
Imbocco la via do’o stadio e sento du’ stronzi che esurtano pe’ un gol, subito surclassati da un grido: un grido che ariva dritto ar còre.
Sargo, chiedo ‘nformazioni. 1 a 1.
Daje. “Ma tanto mo ce se ‘nculano”, dice quarcuno. “Tanto mo ce ne fanno n’artro”, dico io.
Ma nun ce credo.
E infatti manco er tempo de sbracasse ar sole che l’ultimo arivato de’ la famija Botti, er Botticelli, ce pennella ‘na palla d’oro ‘n mezzo all’area.
La butta là. Co quer fare strafottente che contraddistingue ‘sti giovani d’oggi. “La butto là”, dice, “poi fate vobis”.
Er caso vòle che quer motorino co’ ‘e gambe de Taraborelli
(mentre svernicia un ignaro aspirante scienziato che se credeva de
venisse a fa’ ‘na gita fòri porta), come la Venere che ciccia fòri da
‘na conchiglia ‘nmezzo ar mare, lui ciccia fòri dar secondo palo e
‘nsacca ‘na palla che nei cuori de chi ‘nquer momento stava a pijasse er
cardo su’i spalti vordì tante cose; ma in finale vordì ‘na cosa sola:
“Aò, oggi je famo ‘rculo”.giovedì 7 giugno 2012
Core e pormoni
Core e
pormoni, come si direbbe a Roma e perché no, nei nostri amati castelli: la
formula perfetta, le due parole che riescono a sintetizzare tutta la grinta e
tutta l’emozione di una giornata come quella del 7 giugno 2012.
Una partita
giocata in campo e sugli spalti con la stessa intensità e la voglia di vincere,
poi concretizzate in una vittoria che mancava da veramente troppi anni. Ci
credevamo, fin dall’inizio, e non ci siamo mai sbagliati; nemmeno per un
istante abbiamo dubitato dei nostri eroi e alla fine abbiamo dimostrato di
saper essere più del semplice sostegno di una squadra, più di un mucchio di
studenti urlanti a sostenere i propri compagni. Le parole sono poche.
Quella che
trovo, per oggi, è una ed una soltanto: spettacolo.
Era tanto che aspettavamo l’occasione e i
nostri avversarsi contavano nella quinta vittoria consecutiva, nella manita a
cui tanto aspiravano. Un coro, uno dei tanti di fine partita, ha reso la nostra
ben chiara idea di dove quella manita dovesse andare a finire.
Ma al di là
dello sfottò e delle urla c’era altro, c’era la voglia di farsi sentire e di
farsi vedere come un grande gruppo unito. Sul campo si è sudato sangue, dagli
spalti siamo usciti senza voce ma con tutta la forza di sostenere i nostri
compagni vittoriosi.
Tanti erano
quelli che definiremmo capi ultras per lo sforzo impiegato nell’organizzare una
coreografia ed uno spettacolo d’eccezione e li ringraziamo, così come
ringraziamo tutti, tutti, nessuno escluso.
Come dimenticare un Edoardo Giammarioli, che correva qua e là ad attaccare striscioni e ad incitare il pubblico; o un Alessandro Montesi indiavolato e coperto dei colori bianco e azzurro della nostra squadra; o soprattutto un Ludovico Oddi, con un animo infervorato cento minuti su novanta passati ad alzare cori e ad organizzare le coreografia?
Come dimenticare un Edoardo Giammarioli, che correva qua e là ad attaccare striscioni e ad incitare il pubblico; o un Alessandro Montesi indiavolato e coperto dei colori bianco e azzurro della nostra squadra; o soprattutto un Ludovico Oddi, con un animo infervorato cento minuti su novanta passati ad alzare cori e ad organizzare le coreografia?
martedì 5 giugno 2012
Fatti non foste a viver come bruti
Noi vogliamo, per quel fuoco che ci arde nel cervello, tuffarci nell'abisso, inferno o cielo non importa. Giù nell'ignoto per trovarvi del nuovo.
Charles Baudelaire
C’è una linea sottile che unisce l’uomo e il progresso, una linea sottile che lega personaggi come Dante, Giotto, Leonardo o Boccaccio: è l’ardore della conoscenza, la frenesia di travalicare i limiti imposti dalla tradizione. Questa frenesia fatta di frasi, scoperte, idee altro non è se non il basamento del nostro presente; quella smania di sovvertire l’ordine costituito è il motore primo del progresso. E’ proprio dell’uomo infatti essere sempre protratto in avanti verso un orizzonte di novità, è proprio dell’uomo non accontentarsi mai delle risposte che già possiede, ma ricercarne sempre altre per le domande che continuamente si pone; già Cicerone scriveva infatti “Dunque è tanto innato per noi l’amore della conoscenza”.
L’esempio più lampante e significativo di questa visione umana si materializza nel XXVI canto dell’Inferno della Divina Commedia, comunemente chiamato “Il canto di Ulisse” che appare come un ritratto dell’uomo in generale. In esso Dante non condanna l’astuzia di Ulisse, né il suo utilizzo a tratti amorale, ma la sua innata e insaziabile sete di conoscenza tanto elevata da scontrarsi con il Divino. Per Ulisse, che dunque diviene paradigma del genere umano, “l’ardor del divenir del mondo esperto” è talmente forte da non trovare degna opposizione né nell’amore per la moglie, né nella pietà per il padre o nella dolcezza del figlio; ma la sua “follia” accecata dalla sete di conoscenza lo induce verso un viaggio fatto di pericoli e scoperte.
Charles Baudelaire
C’è una linea sottile che unisce l’uomo e il progresso, una linea sottile che lega personaggi come Dante, Giotto, Leonardo o Boccaccio: è l’ardore della conoscenza, la frenesia di travalicare i limiti imposti dalla tradizione. Questa frenesia fatta di frasi, scoperte, idee altro non è se non il basamento del nostro presente; quella smania di sovvertire l’ordine costituito è il motore primo del progresso. E’ proprio dell’uomo infatti essere sempre protratto in avanti verso un orizzonte di novità, è proprio dell’uomo non accontentarsi mai delle risposte che già possiede, ma ricercarne sempre altre per le domande che continuamente si pone; già Cicerone scriveva infatti “Dunque è tanto innato per noi l’amore della conoscenza”.
L’esempio più lampante e significativo di questa visione umana si materializza nel XXVI canto dell’Inferno della Divina Commedia, comunemente chiamato “Il canto di Ulisse” che appare come un ritratto dell’uomo in generale. In esso Dante non condanna l’astuzia di Ulisse, né il suo utilizzo a tratti amorale, ma la sua innata e insaziabile sete di conoscenza tanto elevata da scontrarsi con il Divino. Per Ulisse, che dunque diviene paradigma del genere umano, “l’ardor del divenir del mondo esperto” è talmente forte da non trovare degna opposizione né nell’amore per la moglie, né nella pietà per il padre o nella dolcezza del figlio; ma la sua “follia” accecata dalla sete di conoscenza lo induce verso un viaggio fatto di pericoli e scoperte.
lunedì 4 giugno 2012
Sono solo parole
Romanzo a puntate - Parte II
Nel vento c’era quel pungente profumo di un inverno appena accennato, a terra una coperta di foglie fradice. Dietro l’angolo, il nuovo anno incalzante. Da qualche parte, l’estate appena trascorsa. Camminavo a passo svelto, il volto infreddolito nascosto nel cappuccio, la musica sparata nelle orecchie, la mente ancora addormentata, sconnessa, confusa nei suoi continui pensieri opprimenti,
soffocanti ma, nel profondo, sotto una spessa coperta di vergogna e di paura che non osavo sollevare, dolci, dolcissimi. Incompresi, in primis da me stesso. Ma dolci, terribilmente dolci. Dire la verità, essere onesti, per alcuni è uno dei migliori pregi che l’essere umano possa avere. Io, invece, volevo una bugia qualsiasi, una qualsiasi cazzata, tutto fuorché la verità.
La fermata era, come sempre, gremita di persone. Ragazzi persi dietro il fumo di una sigaretta, una donna anziana con le cartelline delle analisi strette al petto, ragazze sorridenti con le bocche già piene di chiacchiere. “Sperare che domani arrivi in fretta e che svanisca ogni pensiero lasciare che
lo scorrere del tempo renda tutto un po' più chiaro." Un po’ più chiaro.
-Ti voglio bene. <3 - diceva un sms appena arrivato da Barbara. Svanisca ogni pensiero.
Bloccai per un attimo l’i-pod.
L’incessante e assordante rumore del traffico, così vuoto nella sua frenetica monotonia di ogni mattina, avvolgeva come una cappa la città, ma quel rumore confuso, insensato e ripetitivo nella sua noiosa insensatezza era per me rassicurante, come le parole di una ninna nanna ripetute all’infinito finchè, quando ormai si è caduti nel mondo confuso del dormi veglia, perdono il loro significato.
Play. “Sono solo parole parole parole, parole e ora penso che il tempo che ho passato con te
ha cambiato per sempre ogni parte di me.”
-Ti voglio bene anch’io. <3 -
Dal finestrino sporco e appannato dell’autobus scorrevano tante immagini senza senso, veloci, colorate, sfocate. Poi, piano piano, alberi, case, persone. E di nuovo confusione, colori, linee e macchie senza forme. Dopo la terza fermata salì Damiano, il viso arrossato dal freddo immerso nella sciarpa blu, i capelli neri, corti, leggermente alzati dal gel appena sopra la fronte, gli occhi scuri e svegli che cercavano in silenzio un posto libero. “Siamo troppo distanti distanti tra noi ma le sento un po’ mie le paure che hai vorrei stringerti forte e dirti che non è niente posso solo ripeterti
ancora sono solo parole par.. I got a hangover, wo-oh! I’ve been drinking too much for sure I got a hangover, wo-oh!”
-We Marco!-
-Oh Da! Ti ho tenuto il posto.-
E si sedette accanto a me, dandomi un pugno leggero sulla spalla, così, per scherzare. Così, come due amici. Come due fratelli. Ricambiai con un sorriso. Così, come un amico…
Nel vento c’era quel pungente profumo di un inverno appena accennato, a terra una coperta di foglie fradice. Dietro l’angolo, il nuovo anno incalzante. Da qualche parte, l’estate appena trascorsa. Camminavo a passo svelto, il volto infreddolito nascosto nel cappuccio, la musica sparata nelle orecchie, la mente ancora addormentata, sconnessa, confusa nei suoi continui pensieri opprimenti,
soffocanti ma, nel profondo, sotto una spessa coperta di vergogna e di paura che non osavo sollevare, dolci, dolcissimi. Incompresi, in primis da me stesso. Ma dolci, terribilmente dolci. Dire la verità, essere onesti, per alcuni è uno dei migliori pregi che l’essere umano possa avere. Io, invece, volevo una bugia qualsiasi, una qualsiasi cazzata, tutto fuorché la verità.
La fermata era, come sempre, gremita di persone. Ragazzi persi dietro il fumo di una sigaretta, una donna anziana con le cartelline delle analisi strette al petto, ragazze sorridenti con le bocche già piene di chiacchiere. “Sperare che domani arrivi in fretta e che svanisca ogni pensiero lasciare che
lo scorrere del tempo renda tutto un po' più chiaro." Un po’ più chiaro.
-Ti voglio bene. <3 - diceva un sms appena arrivato da Barbara. Svanisca ogni pensiero.
Bloccai per un attimo l’i-pod.
L’incessante e assordante rumore del traffico, così vuoto nella sua frenetica monotonia di ogni mattina, avvolgeva come una cappa la città, ma quel rumore confuso, insensato e ripetitivo nella sua noiosa insensatezza era per me rassicurante, come le parole di una ninna nanna ripetute all’infinito finchè, quando ormai si è caduti nel mondo confuso del dormi veglia, perdono il loro significato.
Play. “Sono solo parole parole parole, parole e ora penso che il tempo che ho passato con te
ha cambiato per sempre ogni parte di me.”
-Ti voglio bene anch’io. <3 -
Dal finestrino sporco e appannato dell’autobus scorrevano tante immagini senza senso, veloci, colorate, sfocate. Poi, piano piano, alberi, case, persone. E di nuovo confusione, colori, linee e macchie senza forme. Dopo la terza fermata salì Damiano, il viso arrossato dal freddo immerso nella sciarpa blu, i capelli neri, corti, leggermente alzati dal gel appena sopra la fronte, gli occhi scuri e svegli che cercavano in silenzio un posto libero. “Siamo troppo distanti distanti tra noi ma le sento un po’ mie le paure che hai vorrei stringerti forte e dirti che non è niente posso solo ripeterti
ancora sono solo parole par.. I got a hangover, wo-oh! I’ve been drinking too much for sure I got a hangover, wo-oh!”
-We Marco!-
-Oh Da! Ti ho tenuto il posto.-
E si sedette accanto a me, dandomi un pugno leggero sulla spalla, così, per scherzare. Così, come due amici. Come due fratelli. Ricambiai con un sorriso. Così, come un amico…
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