Siamo abituati a sentir parlare dei grandi scrittori,o meglio Scrittori, della storia: Manzoni, Proust, Verga, Kafka, Alighieri, Austen, Pirandello…Ma per cominciare a sentir parlare di noi, dobbiamo parlare di gente come noi.
C’era una volta un uomo che scriveva inizi, sì avete capito bene, inizi. Era, di professione, uno scrittore fallito. Da giovane aveva sognato di scrivere libri, storie, racconti, dar voce alle parole che sentiva nel cuore, ma aveva da sempre dovuto convivere con un grosso problema. Prendeva la penna, la carta, le idee, sedeva sul tappeto in salotto, col gatto grassoccio sdraiato di fianco e iniziava a creare. La mano partiva a scorrere immediatamente, incantata dal flusso dei suoi pensieri, l’inchiostro ballava sul bianco del foglio come una coppia di sposi, le lettere si abbracciavano vibranti della passione che lui le donava, ricami di parole bellissime e intense come tramonti colavano veloci sulla pagina. Cinque, poi dieci, poi venti righe, poi…basta. D’improvviso la magia si bloccava, come una melodia di Beethoven interrotta sul più bello. La penna s’immobilizzava, il bianco del foglio si mangiava le lettere nere ed egli non era più in grado di continuare.
Perché accadesse così al nostro amico scrittore (fallito, ricordo) resta un mistero. Scriveva venti righe delle più belle, più intense e armoniose mai viste e poi si bloccava. Pensava e pensava fino ad aver mal di testa ma niente, non una frase, non un’idea.
Aveva cercato più e più volte di superare questo suo blocco: lezioni di scrittura, seminari tenuti dai più eminenti professori del suo paese, visite mediche, persino sedute di ipnosi … niente aveva avuto successo. La penna dalle venti righe non si smuoveva. Un giorno aveva avuto un’idea che gli era subito parsa brillante, aveva pensato: “Se oltre le venti righe la penna non va, occorre che io scriva la storia su fogli diversi, venti righe su uno, poi venti su un altro e così via a creare un racconto a pezzetti!”. Ma di nuovo niente da fare: di ogni storia riusciva ad inventare venti righe soltanto. Povero amico scrittore di inizi!
Certo questa sua inusuale condizione gli aveva impedito di realizzare il suo sogno. Dotato com’era di dar vita a inizi straordinari si era trovato costretto a venderli ad altri. Non potendo continuare da sé le sue storie, a causa del suo buffo problema, doveva per necessità lasciarle ampliare da altri, perdendo, purtroppo ogni riconoscimento in materia. Avete voi forse mai sentito parlare di un celebre scrittore di inizi? Scriveva milioni e milioni di inizi bellissimi, carichi di passione, pulsanti di vita che andavano, ahimè, a completare le storie di altri. Pertanto il nostro amico scrittore fallito vendeva gli inizi, a poco prezzo s’intende, poiché non si può certo sperare in una fortuna vendendo venti righe soltanto! E conduceva una vita modesta in un piccolo appartamento affacciato sul fiume, con un gatto grassoccio che dormiva sul tappeto e scatole e scatole, fogli su fogli di inizi.
Vi erano, tra i suoi, “inizi di storie d’amore”, tanto belli e potenti che, pensate un po’, persino il nostro amico scrittore fallito si commuoveva leggendoli (i fogli erano infatti bagnati dalle sue lacrime calde, l’ inchiostro leggermente sbavato sui punti più dolci). Vi erano poi gli “inizi di storie d’avventura”, dei quali bastava leggere pochissime righe e sentirsi immediatamente guerrieri in terre lontane o capitani di meravigliose navi orientali, pronti a sguainare la spada o esplorare senza timore foreste pericolose. Ma i più straordinari erano di certo gli “inizi di storie normali”, così li chiamava il nostro amico scrittore fallito. Sì, perché egli scriveva soprattutto “inizi di storie normali”, inizi così semplici, così cristallini e reali da non riuscire a non perdersi nella loro bellezza. Erano quegli inizi di racconti di vita reale, quotidiana, di vita come la mia o come la vostra, di quella vita che tutti i giorni attraversiamo senza neanche pensarci troppo. Ecco, l’abbacinante bellezza degli “inizi di storie normali” del nostro amico scrittore fallito consisteva proprio nella capacità di spezzare quella realtà immobile e scontata e far scoppiare come una bolla, un fuoco d’artificio, un amore, la forza più intensa di quella vita normale. Ogni “inizio di storia normale” era un’esplosione. Nessuno tra i più grandi poeti, pittori, scrittori, artisti di sempre aveva mai colto con tanta fedeltà e brillantezza la vita, come il nostro povero amico scrittore fallito.
Che dote! E che misera sorte vedere i propri piccoli inizi straordinari disciolti il più delle volte in storie mediocri e banali che dissolvevano quelle meraviglie come sale nell’acqua!
Era felice il nostro povero misero scrittore fallito di inizi, vi starete forse domandando a questo punto? Diciamo che non era troppo infelice. Certo non era una gran soddisfazione vedere il proprio trionfo sotto il nome di altri! Talvolta, quando leggeva le recensioni di un libro con uno dei suoi inizi e vedeva troneggiare a inizio pagina frasi come “è con un inizio sublime che si apre l’ultimo libro del noto scrittore…” oppure “che inizio soave, che piacere per il cuore che ci regala il celebre…”, gli si stringeva un po’ lo stomaco e gli si mozzava il respiro, ma in fondo aveva imparato ad accettare il proprio destino.
La sua vita, comunque, trascorreva senza troppi cambiamenti o svolte , sempre uguale. Un giorno, però, passeggiando a tarda sera lungo il bordo del fiume , il nostro (e dicendo “nostro” so di non sbagliare, sapendo che di certo, già vi siete un po’ affezionati) caro amico scrittore di inizi vide un uomo che sedeva sull’erba del prato e, con la testa fra le mani, piangeva. Non aveva mai visto un altro uomo piangere, se non se stesso (tutte le volte che, rileggendo uno dei suoi “inizi di storie d’amore” e camminando su e giù per la casa, nello specchio in salotto aveva visto il proprio viso rigato da grosse lacrime). L’uomo seduto per terra non solo piangeva, ma lo faceva con una tale intensità e un tale dolore che le sue lacrime fecero male al nostro scrittore fallito,che si sentì immediatamente toccato dal suo pianto e decise di avvicinarsi all’uomo per capire che cosa gli fosse mai successo di tanto orribile da portarlo a disperarsi in tale maniera. Fece dunque alcuni passi per avvicinarsi e, una volta abbastanza vicino da essere sentito, domandò all’uomo quale fosse il motivo del suo male. Il disperato, appena udite le parole del nostro caro scrittore di inizi, ricominciò a piangere più forte ma, dopo numerosi singhiozzi, cominciò a parlare. L’uomo spiegò quanto era infelice e misero, quanto malessere provava e quante cose orribili aveva dovuto attraversare finora. Egli spiegò al nostro amico scrittore fallito quanto la vita fosse per lui insostenibile e quanto avrebbe voluto fosse diversa.
- Lei non capisce, amico mio, questa è la fine. –
E ricominciò a singhiozzare. Il nostro caro scrittore fallito, dopo aver ascoltato il discorso dell’uomo triste, si sedette accanto a lui sull’erba, profondamente scosso, senza saper bene che cosa dire e mise le mani in tasca, com’era solito fare quando voleva pensare. In silenzio, si ricordò di avere con sé uno dei suoi inizi. Mentre l’uomo continuava a disperarsi, tirò fuori dal taschino della camicia il foglietto sul quale era annotato e rilesse velocemente le sue venti misere righe. Era un “inizio di storia normale”, uno dei suoi più belli. L’uomo continuava a singhiozzare. Non trovando parole adeguate, cominciò a leggere il suo inizio a quell’uomo che parlava di fine. Appena cominciò a parlare l’uomo disperato tacque e con le lacrime che continuavano a rigargli il viso ascoltò, senza muovere un muscolo, quelle venti righe tanto accese di vita da restituirla a lui che aveva smesso di crederci. Ascoltò senza fiatare uno scrittore fallito che leggeva ad un uomo arrivato alla fine un inizio brillante e potente come una stella, un inizio tanto luminoso da far risplendere in venti righe tutta la storia di una vita. Non so che cosa successe dopo questo incontro all’uomo triste, ma so che quella sera il nostro scrittore fallito tornò a casa, non sentendosi fallito. Camminando lungo il fiume, con venti righe stropicciate nella tasca ed una vita di inizi si sentiva per la prima volta felice. Ed una volta a casa, prese la penna in mano, si sedette sul tappeto, col gatto vicino, e scrisse, infine, un nuovo inizio: il più intenso, vivo e potente che avesse mai scritto finora. Parlava di uno scrittore (fallito, sì, ma non agli occhi di se stesso), che viveva solo, con un gatto, in un appartamentino sul fiume e che una sera, dopo moltissimo tempo, scriveva finalmente il suo inizio…
Silvia Rinaldi
C’era una volta un uomo che scriveva inizi, sì avete capito bene, inizi. Era, di professione, uno scrittore fallito. Da giovane aveva sognato di scrivere libri, storie, racconti, dar voce alle parole che sentiva nel cuore, ma aveva da sempre dovuto convivere con un grosso problema. Prendeva la penna, la carta, le idee, sedeva sul tappeto in salotto, col gatto grassoccio sdraiato di fianco e iniziava a creare. La mano partiva a scorrere immediatamente, incantata dal flusso dei suoi pensieri, l’inchiostro ballava sul bianco del foglio come una coppia di sposi, le lettere si abbracciavano vibranti della passione che lui le donava, ricami di parole bellissime e intense come tramonti colavano veloci sulla pagina. Cinque, poi dieci, poi venti righe, poi…basta. D’improvviso la magia si bloccava, come una melodia di Beethoven interrotta sul più bello. La penna s’immobilizzava, il bianco del foglio si mangiava le lettere nere ed egli non era più in grado di continuare.
Perché accadesse così al nostro amico scrittore (fallito, ricordo) resta un mistero. Scriveva venti righe delle più belle, più intense e armoniose mai viste e poi si bloccava. Pensava e pensava fino ad aver mal di testa ma niente, non una frase, non un’idea.
Aveva cercato più e più volte di superare questo suo blocco: lezioni di scrittura, seminari tenuti dai più eminenti professori del suo paese, visite mediche, persino sedute di ipnosi … niente aveva avuto successo. La penna dalle venti righe non si smuoveva. Un giorno aveva avuto un’idea che gli era subito parsa brillante, aveva pensato: “Se oltre le venti righe la penna non va, occorre che io scriva la storia su fogli diversi, venti righe su uno, poi venti su un altro e così via a creare un racconto a pezzetti!”. Ma di nuovo niente da fare: di ogni storia riusciva ad inventare venti righe soltanto. Povero amico scrittore di inizi!
Certo questa sua inusuale condizione gli aveva impedito di realizzare il suo sogno. Dotato com’era di dar vita a inizi straordinari si era trovato costretto a venderli ad altri. Non potendo continuare da sé le sue storie, a causa del suo buffo problema, doveva per necessità lasciarle ampliare da altri, perdendo, purtroppo ogni riconoscimento in materia. Avete voi forse mai sentito parlare di un celebre scrittore di inizi? Scriveva milioni e milioni di inizi bellissimi, carichi di passione, pulsanti di vita che andavano, ahimè, a completare le storie di altri. Pertanto il nostro amico scrittore fallito vendeva gli inizi, a poco prezzo s’intende, poiché non si può certo sperare in una fortuna vendendo venti righe soltanto! E conduceva una vita modesta in un piccolo appartamento affacciato sul fiume, con un gatto grassoccio che dormiva sul tappeto e scatole e scatole, fogli su fogli di inizi.
Vi erano, tra i suoi, “inizi di storie d’amore”, tanto belli e potenti che, pensate un po’, persino il nostro amico scrittore fallito si commuoveva leggendoli (i fogli erano infatti bagnati dalle sue lacrime calde, l’ inchiostro leggermente sbavato sui punti più dolci). Vi erano poi gli “inizi di storie d’avventura”, dei quali bastava leggere pochissime righe e sentirsi immediatamente guerrieri in terre lontane o capitani di meravigliose navi orientali, pronti a sguainare la spada o esplorare senza timore foreste pericolose. Ma i più straordinari erano di certo gli “inizi di storie normali”, così li chiamava il nostro amico scrittore fallito. Sì, perché egli scriveva soprattutto “inizi di storie normali”, inizi così semplici, così cristallini e reali da non riuscire a non perdersi nella loro bellezza. Erano quegli inizi di racconti di vita reale, quotidiana, di vita come la mia o come la vostra, di quella vita che tutti i giorni attraversiamo senza neanche pensarci troppo. Ecco, l’abbacinante bellezza degli “inizi di storie normali” del nostro amico scrittore fallito consisteva proprio nella capacità di spezzare quella realtà immobile e scontata e far scoppiare come una bolla, un fuoco d’artificio, un amore, la forza più intensa di quella vita normale. Ogni “inizio di storia normale” era un’esplosione. Nessuno tra i più grandi poeti, pittori, scrittori, artisti di sempre aveva mai colto con tanta fedeltà e brillantezza la vita, come il nostro povero amico scrittore fallito.
Che dote! E che misera sorte vedere i propri piccoli inizi straordinari disciolti il più delle volte in storie mediocri e banali che dissolvevano quelle meraviglie come sale nell’acqua!
Era felice il nostro povero misero scrittore fallito di inizi, vi starete forse domandando a questo punto? Diciamo che non era troppo infelice. Certo non era una gran soddisfazione vedere il proprio trionfo sotto il nome di altri! Talvolta, quando leggeva le recensioni di un libro con uno dei suoi inizi e vedeva troneggiare a inizio pagina frasi come “è con un inizio sublime che si apre l’ultimo libro del noto scrittore…” oppure “che inizio soave, che piacere per il cuore che ci regala il celebre…”, gli si stringeva un po’ lo stomaco e gli si mozzava il respiro, ma in fondo aveva imparato ad accettare il proprio destino.
La sua vita, comunque, trascorreva senza troppi cambiamenti o svolte , sempre uguale. Un giorno, però, passeggiando a tarda sera lungo il bordo del fiume , il nostro (e dicendo “nostro” so di non sbagliare, sapendo che di certo, già vi siete un po’ affezionati) caro amico scrittore di inizi vide un uomo che sedeva sull’erba del prato e, con la testa fra le mani, piangeva. Non aveva mai visto un altro uomo piangere, se non se stesso (tutte le volte che, rileggendo uno dei suoi “inizi di storie d’amore” e camminando su e giù per la casa, nello specchio in salotto aveva visto il proprio viso rigato da grosse lacrime). L’uomo seduto per terra non solo piangeva, ma lo faceva con una tale intensità e un tale dolore che le sue lacrime fecero male al nostro scrittore fallito,che si sentì immediatamente toccato dal suo pianto e decise di avvicinarsi all’uomo per capire che cosa gli fosse mai successo di tanto orribile da portarlo a disperarsi in tale maniera. Fece dunque alcuni passi per avvicinarsi e, una volta abbastanza vicino da essere sentito, domandò all’uomo quale fosse il motivo del suo male. Il disperato, appena udite le parole del nostro caro scrittore di inizi, ricominciò a piangere più forte ma, dopo numerosi singhiozzi, cominciò a parlare. L’uomo spiegò quanto era infelice e misero, quanto malessere provava e quante cose orribili aveva dovuto attraversare finora. Egli spiegò al nostro amico scrittore fallito quanto la vita fosse per lui insostenibile e quanto avrebbe voluto fosse diversa.
- Lei non capisce, amico mio, questa è la fine. –
E ricominciò a singhiozzare. Il nostro caro scrittore fallito, dopo aver ascoltato il discorso dell’uomo triste, si sedette accanto a lui sull’erba, profondamente scosso, senza saper bene che cosa dire e mise le mani in tasca, com’era solito fare quando voleva pensare. In silenzio, si ricordò di avere con sé uno dei suoi inizi. Mentre l’uomo continuava a disperarsi, tirò fuori dal taschino della camicia il foglietto sul quale era annotato e rilesse velocemente le sue venti misere righe. Era un “inizio di storia normale”, uno dei suoi più belli. L’uomo continuava a singhiozzare. Non trovando parole adeguate, cominciò a leggere il suo inizio a quell’uomo che parlava di fine. Appena cominciò a parlare l’uomo disperato tacque e con le lacrime che continuavano a rigargli il viso ascoltò, senza muovere un muscolo, quelle venti righe tanto accese di vita da restituirla a lui che aveva smesso di crederci. Ascoltò senza fiatare uno scrittore fallito che leggeva ad un uomo arrivato alla fine un inizio brillante e potente come una stella, un inizio tanto luminoso da far risplendere in venti righe tutta la storia di una vita. Non so che cosa successe dopo questo incontro all’uomo triste, ma so che quella sera il nostro scrittore fallito tornò a casa, non sentendosi fallito. Camminando lungo il fiume, con venti righe stropicciate nella tasca ed una vita di inizi si sentiva per la prima volta felice. Ed una volta a casa, prese la penna in mano, si sedette sul tappeto, col gatto vicino, e scrisse, infine, un nuovo inizio: il più intenso, vivo e potente che avesse mai scritto finora. Parlava di uno scrittore (fallito, sì, ma non agli occhi di se stesso), che viveva solo, con un gatto, in un appartamentino sul fiume e che una sera, dopo moltissimo tempo, scriveva finalmente il suo inizio…
Silvia Rinaldi
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